Vassallo a Cesena: “La mafia si mostra sempre nel modo migliore, non con la faccia feroce”

Il fotografo della strage di Capaci venerdì 9 ottobre incontrerà gli studenti al Bonci. L'intervista

La copertina del volume

In occasione della manifestazione “La bellezza delle parole”, fra i vari incontri, si segnala quello programmato venerdì 9 ottobre, alle 11, al Teatro “Bonci”. Antonio Vassallo, fotografo, presenta il libro realizzato con Fabrizio Silei, “Negli occhi di Giovanni” (ed. Il Castoro). Vassallo fu il primo ad arrivare, quel sabato 23 maggio 1992, a Capaci, e a documentare l’attentato che uccise il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Vi furono anche 23 feriti, e quel giorno divenne un triste anniversario della storia d’Italia. Vassallo incontrerà, insieme a Franco Ronconi, referente dell’associazione “Libera contro le mafie” per la provincia di Forlì-Cesena, gli studenti cesenati. A Vassallo abbiamo rivolto alcune domande.

Iniziamo dalla strage: in che modo è legata alla tua vita?

Da 20 anni parlo della strage. Io vivevo a Capaci, proprio lì vicino; sento l’esplosione, corro, fotografo. Gli scatti vengono sequestrati e poi fatti sparire. Uno dei tanti misteri di questa storia. 17 anni dopo ho scoperto, parlando con un agente di scorta sopravvissuto, che mi aveva puntato contro il suo mitra, pensandoche io fossi uno dei sicari: da allora ho realizzato che ho della vita avanzata, e questa vita la uso non per raccontare la versione rassicurante, per cui il supercattivo uccide il buono. O meglio: faccio scegliere a chi mi ascolta. Per questo la parola che ho scelto per questa rassegna è proprio “Scelta”. I ragazzi e gli adulti che partecipano, scelgono sempre la versione meno rassicurante: la consapevolezza che un attentato del genere non poteva essere organizzato da semplici tirapiedi analfabeti. Sulla collinetta sono stati trovati oltre 250 mozziconi di sigaretta marca Merit, e fra quei mozziconi un “pizzino”, un piccolo biglietto di carta, col numero di un dirigente dei servizi segreti. Quell’utenza telefonica mentre avveniva l’attentato aveva chiamato ripetutamente gli Stati uniti: avevano bisogno di parlare col parente emigrato in Usa? Non credo. Noi del posto, dopo l’esplosione, in un’ora avevamo già intuito chi aveva fornito la manovalanza.

Il romanzo si intitola “Gli occhi di Giovanni”. Perché?

Il primo Giovanni a cui faccio riferimento è ovviamente Falcone. Lo vidi che era ancora vivo, seduto al sedile di guida. Io non pensavo che fosse il dottor Falcone, pensavo fosse l’autista: le autorità sono sempre sedute di dietro. Lui muoveva la testa, si gaurdava attorno, e ci siamo scambiati gli sguardi. Da allora penso sempre a cosa poteva pensare lui, in quegli ultimi istanti di vita… Gli altri occhi sono quelli di un altro Giovanni, il mio vicino di casa, Giovanni Battaglia, che ebbe una parte importante nella mia vita, e che contribuì a realizzare l’attentato. Abitava proprio accanto a casa mia, e quando mio padre si arrabbiava con me perché andavo male a scuola (e capitava spesso) lui faceva finta di volermi picchiare, e Giovanni fingeva di proteggermi: per dire la quotidianità delle nostre vite. Mio padre avrebbe voluto che io diventassi macellaio, come tutti in famiglia. E invece sono diventato musicista (suono la batteria) e fotografo. Se gli occhi di Falcone li ho sempre in mente, gli occhi dell’altro Giovanni li ho incontrati nel processo sulla strage: lui era chiuso nella gabbia degli imputati ed io fra il pubblico. I nostri sguardi si incontrarono, e dopo secondi interminabili, me ne andai perché non resistevo. Come ha scritto Roberto Saviano nella prefazione al mio libro, la mafia si mostra sempre nel modo migliore, non con la faccia feroce: è quello il veleno più tossico.

Eri fotografo anche prima di Capaci: come ti ha cambiato la strage?

Dopo questo evento si diventa fotografi, siciliani, uomini differenti. Cercai anche di diventare consigliere comunale: a Capaci sono rimasto in Comune per cinque mandati, sempre all’opposizione. Otto anni fa capii che l’impegno politico era raccontare questa storia. Tre anni fa ho incontrato in Sardegna Fabrizio Silei. Io partecipavo ai festival culturali, ed ero uno dei pochi a non portare con sé un libro, ma semplicemente il mio racconto. Fabrizio mi ha detto che quella storia doveva diventare un libro e così “Gli occhi di Giovanni” ha iniziato il suo cammino, ottenendo un buon successo. È catalogato fra i libri per ragazzi, ma in realtà va bene per tutti: ora è candidato al Premio Campiello. Il motivo per cui gli incontri coi ragazzi funzionano, perché il libro funziona, è che non essendo profondamente scolarizzato il mio linguaggio è più semplice e più efficace. Ad esempio, per fare capire ai ragazzi la novità di Falcone, l’originalità del pool antimafia, lo paragono ad una grande sqadra di calcio. Anche un grande calciatore, da solo, non va da nessuna parte: uniti, si riesce a segnare. E i ragazzi capiscono bene.

Quali sono gli elementi positivi nati da una storia così terribile?

I messaggi che mi arrivano tutti i giorni. Quasi sempre sono delle studentesse che hanno assistito ai miei incontri. Ad esempio una ragazza mi ha scritto che vuole entrare in magistratura e che questa scelta è nata dall’incontro avuto con me. È bellissimo, ad esempio, che a Palermo ci sia un’associazione come “Addio pizzo”, nata dopo la morte di Libero Grassi, ucciso perché non pagava il pizzo e invitava i commercianti a fare come lui. Oggi è un’associazione che ha messo in rete più di 1000 attività commerciali, che presentano un adesivo che le identifica come associazioni che non pagano pizzo. Mia figlia, ad esempio, sceglie per cena la pizzeria che ha questo adesivo, perché sa che non un centesimo andrà ai parassiti mafiosi. C’è ancora tanto da fare però resta la speranza.