11 settembre, 25 anni dopo. Bertolotti (React): “Terrorismo trasformato, ma non siamo più sicuri. Vera sfida è prevenire radicalizzazione”

Venticinque anni dopo le Torri Gemelle, il terrorismo globale ha cambiato volto passando da grandi organizzazioni come Al Qaeda a una minaccia più diffusa e difficile da intercettare

Foto archivio Afp/AgenSir

Intervista al direttore di Start InSight e dell’Osservatorio ReaCT sul radicalismo e il contrasto al terrorismo

A venticinque anni dagli attentati dell’11 settembre 2001, costati la vita a quasi 3mila persone e destinati a cambiare per sempre gli equilibri geopolitici e la percezione della sicurezza globale, quella tragedia continua a interrogare il presente.

Se il ricordo delle Torri Gemelle appartiene ormai alla storia per le nuove generazioni, la minaccia terroristica non è scomparsa: ha cambiato volto, forme e strumenti. Claudio Bertolotti, direttore di Start InSight e dell’Osservatorio ReaCT sul Radicalismo e il Contrasto al Terrorismo (https://www.osservatorioreact.it/), riflette sull’eredità dell’11 settembre e sulle sfide poste da un terrorismo sempre più diffuso, adattabile e difficile da prevenire.

Direttore, 25 anni dopo l’11 settembre, cosa rappresenta questa data? È ancora uno spartiacque del terrorismo internazionale?
Sicuramente sì, ma soprattutto dal punto di vista generazionale. Chi ha vissuto direttamente quell’evento lo ricorda come un momento di straordinario impatto emotivo. Le nuove generazioni, invece, tendono a considerarlo ormai un fatto storico concluso. Eppure, le conseguenze di quella giornata continuano a influenzare il presente e il nostro modo di leggere le minacce contemporanee. Ma accanto all’11 settembre 2001 c’è un’altra data simbolica che dobbiamo tenere presente…

Qual è?
Il 2021, anno del ritiro occidentale dall’Afghanistan. Se gli attentati alle Torri Gemelle hanno inaugurato la stagione della guerra globale al terrorismo, il ritorno dei talebani a Kabul ne ha in qualche modo certificato la conclusione, segnando il fallimento dell’idea di esportare la democrazia attraverso l’intervento militare. Da allora il terrorismo non è scomparso, ma si è trasformato e sopravvive nei suoi obiettivi: colpire un nemico globale e imporre una visione ideologica fondata su una lettura deviata della religione.

Come è cambiato il terrorismo rispetto a quello di Al Qaeda?
È cambiato il paradigma. Oggi il terrorismo si manifesta soprattutto attraverso i suoi effetti, cioè la violenza. È venuta meno la dimensione rigidamente organizzata che caratterizzava Al Qaeda ed è emerso un terrorismo d’ispirazione. La struttura gerarchica è stata sostituita da reti più fluide e da individui che agiscono autonomamente sulla base di messaggi, narrative e indicazioni diffuse attraverso la propaganda.

Si può parlare di vero e proprio ‘ecosistema terroristico’?
È una definizione interessante, ma non del tutto esaustiva. Il terrorismo contemporaneo è estremamente variegato e si muove su dimensioni parallele e interconnesse. C’è ciò che resta di Al Qaeda, che è sopravvissuta trasformandosi; c’è il modello del terrorismo su chiamata, basato sull’ispirazione e sul concetto di ‘franchise’; esistono poi reti informali e processi di radicalizzazione che si sviluppano soprattutto online.

In realtà il terrorismo ha sempre fatto ciò che vediamo oggi: adattarsi. Ogni volta che trova un ostacolo, cambia forma e continua a evolversi.

Perché questa capacità di adattamento è così importante?
“Perché è la ragione della sua efficacia. Il terrorismo vince sempre, anche quando non uccide. Vince perché genera paura, perché altera il comportamento delle società che colpisce e perché impone costi elevatissimi in termini economici, politici e sociali. Ogni forma di contrasto produce una risposta adattiva da parte delle organizzazioni o dei soggetti che fanno ricorso alla violenza terroristica.

È cambiato anche il profilo degli attentatori?
Profondamente. Gli attentatori dell’11 settembre erano stati selezionati, addestrati e preparati per anni. Erano parte di un’organizzazione strutturata. Oggi, invece, ci troviamo sempre più spesso di fronte a soggetti che le stesse organizzazioni terroristiche non conoscono direttamente. Ricevono una spinta ideologica, individuano un bersaglio condiviso e agiscono autonomamente. Il terrorista contemporaneo è spesso un dilettante che utilizza strumenti semplici ma comunque efficaci.

Quali sono le conseguenze operative di questo cambiamento?
Che diventa molto più difficile prevenire gli attacchi. Un singolo individuo può utilizzare un veicolo lanciato sulla folla o un’arma da taglio e provocare comunque numerose vittime. Lo abbiamo visto a Berlino, a Nizza e in molti altri casi. Non servono più strutture complesse né lunghe fasi di addestramento per ottenere un risultato che, dal punto di vista terroristico, viene comunque considerato efficace.

Davanti a questa capacità adattiva del terrorismo, come è cambiato il lavoro di intelligence?
Ogni grande attentato implica sempre un fallimento dell’intelligence, per ragioni diverse. Talvolta il problema riguarda i servizi informativi, altre volte la politica sottovaluta gli allarmi (warning) oppure si verifica il fenomeno opposto: un eccesso di informazioni che rende difficile distinguere quelle davvero rilevanti. Nel 2001 il fallimento dell’intelligence statunitense è stato plateale perché non si riuscì a cogliere la reale portata della minaccia. Oggi l’intelligence lavora soprattutto a livello micro. I terroristi non sono necessariamente inseriti in organizzazioni strutturate e sono quindi più difficili da individuare. Allo stesso tempo, però, la tecnologia offre nuove opportunità. Le piattaforme digitali consentono ai radicalizzati di collegarsi tra loro, ma permettono anche agli operatori dell’intelligence di monitorare questi ambienti e raccogliere informazioni utili. Gli attacchi nel 2015 contro Charlie Hebdo (7 gennaio) e il Bataclan (13 novembre) hanno mostrato una minaccia diversa da quella incarnata da Al Qaeda: meno organizzata, più diffusa e quindi più difficile da contrastare. Da quel momento è diventata ancora più importante la condivisione delle informazioni. Oggi l’info sharing rappresenta uno degli strumenti più efficaci nella prevenzione.

Con il Jihadismo che resta la principale minaccia terroristica globale, oggi si assiste sempre più spesso a una crescente convergenza tra estremismi di destra e di sinistra, anarchici, antigovernativi, separatisti, movimenti alimentati da teorie complottiste. Quanto è pericolosa questa contaminazione tra ideologie diverse?
Molto. Il terrorismo jihadista continua a rappresentare la minaccia più rilevante dal punto di vista quantitativo. Tuttavia, osservando l’evoluzione dei fenomeni estremisti in Europa, non possiamo ignorare il peso crescente della galassia anarco-insurrezionalista e dell’estrema sinistra radicale. Gruppi jihadisti, anarco-insurrezionalisti, estremisti di sinistra e altre realtà radicali utilizzano sempre più spesso schemi narrativi molto simili. Cambiano le ideologie, ma le modalità con cui si costruisce il consenso e si giustifica la violenza tendono ad assomigliarsi. Inoltre, i conflitti internazionali vengono frequentemente utilizzati come strumenti di propaganda e di mobilitazione.

L’estremismo di destra rappresenta oggi una minaccia paragonabile a quella jihadista o ai movimenti anarco-insurrezionalisti?
Si tratta di un fenomeno in crescita che intercetta quote di malcontento sociale e per questo va monitorato con attenzione. Attualmente, almeno sul piano statistico e operativo, non rappresenta una minaccia superiore a quella dello jihadismo o dell’anarcho-insurrezionalismo. Resta comunque una realtà in continua evoluzione e per questo non deve essere sottovalutata.

Dopo 25 anni dall’11 settembre abbiamo davvero imparato a lottare e a prevenire il terrorismo? Siamo più al sicuro rispetto al 2001?

No. Non siamo più sicuri.

Il terrorismo si è evoluto e parallelamente si sono evoluti gli strumenti di contrasto. È una competizione continua tra adattamento e controadattamento. Chi si ferma è perduto. Per questo motivo preoccupa il fatto che in Italia il progetto di legge sulla prevenzione e il contrasto della radicalizzazione sia fermo da due legislature nonostante un ampio percorso parlamentare già compiuto.

Qual è allora la sfida principale per il futuro?

La vera sfida non riguarda soltanto il terrorismo nella sua manifestazione finale, ma i processi di radicalizzazione che lo precedono.

Con il crescere del disagio sociale, delle tensioni identitarie e delle dinamiche di esclusione, servono strumenti adeguati a individuare precocemente i segnali di rischio e intervenire prima che degenerino. Il terrorismo è soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più ampio e complesso.