Padre Romanelli a Cesena Incontra: “Anche Gaza è Terra santa”. E martoriata. “I cristiani sono 106, 23 sono morti”

Collegamento difficile e interrotto, ieri pomeriggio alla kermesse di Comunione e Liberazione, con il parroco della Striscia: "Questa è la realtà qui". Ma la Chiesa è una presenza che apre scuole e accoglie. Perini (Avsi Libano): "Ieri 32 bombe nel sud, e saremmo in tempo di tregua". Avveduto (Pro Terra Sancta): "Tornate"

Cesena, piazza della Libertà, il collegamento con padre Gabriel Romanelli. Foto Sandra e Urbano fotografi

Piazza della Libertà piena, ieri pomeriggio, per l’ultimo incontro di “Più vita alla vita”, la kermesse organizzata dalle realtà del mondo di Comunione e Liberazione. In collegamento padre Gabriel Romanelli, parroco di Gaza, in dialogo con Marco perini (Avsi) e Andrea Avveduto (Pro Tera Sancta). A moderare il nostro direttore, Francesco Zanotti.

Padre Romanelli: “Da tre anni il sistema elettrico non c’è”

Francesco Zanotti, a sinistra, con i due relatori dell’incontro: Marco Perini, al centro, e Andrea Avveduto, a destra. Foto Sandra e Urbano fotografi

“Scusate, è saltata la luce, attacco le mie batterie”. L’immagine del parroco di Gaza, Gabriel Romanelli, compare per pochi minuti, in piazza della Libertà a Cesena, e poi il collegamento si interrompe. Una due, tre, volte. Francesco Zanotti, direttore del nostro giornale, che moderava l’incontro, cerca di “cucire” il racconto con gli altri due relatori, Marco Perini (Avsi Libano) e Andrea Avveduto (Pro Terra Santa). Poi i tecnici optano per il collegamento audio e la piazza si riempie dei suoi racconti. Nel silenzio quasi attonito il pubblico dell’ultimo appuntamento di “Cesena incontra”, dal titolo “Una presenza nel mondo”, ascolta di case distrutte, sabbia che si mescola con acqua di fogna, topi e una Chiesa che resta, accanto a chi soffre. “Da tre anni il sistema elettrico a Gaza non c’è – spiega padre Romanelli da lì -. Chi può produrla ce l’ha. Noi avevamo tre generatori, uno è stato bombardato, l’altro non funziona e ora abbiamo l’ultimo”, quello che gli ha permesso di finire il collegamento. Tutti se ne sono accorti ieri in piazza a Cesena: “Scusate – dice -, vi sto facendo diventare pazzi ma questa è la nostra realtà”.

“Come uno tsunami, senza gli aiuti dopo”

La realtà di Gaza forse non era mai arrivata in modo così vivido, almeno non così “in diretta”. “È come uno tsunami, senza gli aiuti dopo – sintetizza padre Romanelli -. La maggior parte delle case, delle strade e degli edifici sono distrutti. Il terreno è sabbioso e la sabbia si mescola all’acqua di fogna. 2milioni e 300mila persone vivono in tende”. Mancano i servizi essenziali. Qui ci si lamenta del costo della benzina: a Gaza “un litro di diesel costa 10 euro, uno di benzina 30 – spiega -. Si vive con la luce del sole, le case sono buie e anche le strade”. E poi la conferma di quello che aveva raccontato padre Pierbattista Pizzaballa dopo la sua visita: “topi, malattie digestive. Noi cerchiamo di purificare l’acqua ma era pessima anche prima della guerra. La situazione è un po’ dantesca, non si vede un orizzonte di speranza”.  Con le prime piogge, iniziano a cadere i palazzi pericolanti. Gli aiuti? “Non posso dire che non arrivino ma non sono sufficienti e non li abbiamo in modo continuativo. Iniziamo a ricostruire perché le persone tornino a sentirsi esseri umani”.

A Gaza sono rimasti 106 cristiani cattolici. Con la guerra perso il 6 per cento della comunità

La Chiesa, in tutto questo, cerca di accendere qualche luce. Le scuole sono in piedi, dice il parroco di Gaza, ma ospitano i rifugiati: “Noi in quella parrocchiale accogliamo un migliaio di bambini: 187 piccoli e 820 tra quelli delle medie e superiori che inizieranno a breve”. Quanta luce può fare una comunità cristiana? “Come cristiani qua siamo 561 – dice il parroco -, cattolici 106”. E aggiunge: “Con la guerra abbiamo perso il 6 per cento della comunità, 60 persone, 23 della nostra parrocchia”. E parla anche della bomba caduta sulla parrocchia della Sacra famiglia nel luglio 2025 che ha ferito anche lui: “Anche quando siamo stati attaccati nessuno chiedeva vendetta, ma perdono”. È la “presenza” di cui parla il titolo dell’incontro, quella che fa la differenza.

“Siamo Chiesa, e si sente”. La vicinanza di Papa Francesco e di Leone

“Cerchiamo di mantenere l’Eucaristia, presenza di Cristo tra noi – spiega – se no moriamo senza speranza”. E noi, la Chiesa universale si sente a Gaza? “Siamo un corpo – risponde padre Romanelli -. Questo si sente. Papa Francesco era un po’ matto, un argentino, ci chiamava tutti i giorni alle 20. Io suono le campane per ricordarlo a quell’ora ma anche papa Leone continua a chiamarci e a mandare messaggi. Noi a nostra volta cerchiamo di non chiuderci, di aiutare, di andare oltre”. Decine le famiglie sostenute dalla piccola comunità di Gaza, e poi cliniche, e scuole, aperte a tutti i più poveri, senza distinzione di fede religiosa. “Per continuare a farlo serve l’aiuto di tutti – dice padre Romanelli -. Attraverso il patriarcato gli aiuti arrivano. Siamo qui anche a vostro nome perché siamo Chiesa”. E aggiunge: “Gaza è Terra santa, non per modo di dire: quando Maria, Giuseppe e Gesù fuggono da Erode, prendono la via del mare, passano da qui”. 

La raccolta fondi

“Cesena incontra” risponde subito all’appello di padre Romanelli: una raccolta fondi era già stata pensata e, dopo l’incontro, c’è chi passa con il Qr code di Satispay per permettere a ciascuno di dare il proprio contributo. Ma la situazione è critica anche nel sud del Libano e nel resto della Terra Santa, come emerge dalle parole di Marco Perini e Andrea Avveduto.

Marco Perini, Francesco Zanotti e Andrea Avveduto

Libano, 32 bombe ieri, in tempo di “tregua”

“Dal giorno dopo l’inizio della tregua, nel marzo 2026 – esplicita Perini – in Libano per i bombardamenti sono morte 4mila persone, 12mila sono state ferite e il 20 per cento del Paese è occupato, con decine di villaggi che non esistono più”. Oggi, giorno di tregua, concretizza, “quella zona è stata bombardata 32 volte. E sotto quelle bombe ci sono case, vite e storie che si spezzano”. Ma nei tg si parla d’altro. Sono 1850 le famiglie cristiane che scelgono di rimanere, in quattro villaggi. Perini cita la storia del parroco, padre Pierre, ucciso da un drone, che pochi giorni prima di morire ha detto: ‘Mai, mai, mai lasceremo la nostra terra’. E anche voi qui, standoci– dice al pubblico – fate la differenza perché non dimenticate e ascoltate quel che succede”. Già, perché restare in un posto così? “Quando crei un’amicizia – prosegue – è facile capire che quelle persone non puoi abbandonarle. Per me poi, c’è un’altra ragione: ho avuto la fortuna di nascere nella parte giusta del mondo. Ora mi sento di restituire”. Avsi, prosegue il cooperante che vive in Libano, in quel Paese affitta scuole e assume insegnanti per cercare di dare un’istruzione ai ragazzi perché gli edifici scolastici sono usati per accogliere i rifugiati. “E poi cerchiamo di farli giocare. Dopo bombe, fame, guerra, non è semplice: abbiamo dei professionisti che stanno accanto a loro – conclude Perini -. Sosteniamo infine chi può ricominciare a lavorare. Un pomodoro non risolve la vita ma per un padre riuscire a metterlo in tavola per i suoi figli è importante, dà dignità”. 

Avveduto: “Coriandoli di Cisgiordania. Terra santa ferita, ma ci sono luci. Tornate”

Sono due i fronti di guerra in Terra Santa, spiega il responsabile della Comunicazione di Pro Terra Sancta: “Della Cisgiordania i cui confini erano stati definiti dopo la guerra dei sei giorni per dare una terra ai palestinesi ormai sono rimasti coriandoli. Ci sono 6 milioni di palestinesi e 800mila coloni israeliani”. Che, nella maggior parte dei casi, “arrivano e stanno”: occupano terre e siti archeologici, prima temporaneamente e poi in modo permanente. Questo nella migliore delle ipotesi. A Taybeh, l’unico villaggio della Cisgiordania, invece, gli abitanti temono di essere occupati, dopo anni di botte, occupazioni di case, auto e campi in fiamme. Anche lì, perché restare? E perché tornare, da pellegrini? Le parole di Avveduto su questo punto si fanno appello: “20mila persone in terra Santa erano impiegate nel turismo, un terzo degli abitanti di Betlemme. Dopo il 7 ottobre questo settore si è azzerato. Oggi è un luogo dove la de-umanizzazione è evidente – spiega -. C’è la volontà esplicita di non guardare l’altro. Il vero problema non è la guerra ma l’assenza di pace che c’è nella società. Il clima ormai è cambiato: ai check point per prima cosa ti puntano un fucile in faccia. Poi, se hai i documenti, ti fanno passare. Ma la prima sensazione è la minaccia, ovunque”. Anche esperienze di pace come quella del Magnificat, il conservatorio della Custodia di Terra Santa di Gerusalemme che unisce ebrei, cristiani e musulmani ha vissuto momenti di difficoltà: dopo il 7 ottobre tanti insegnanti pensavano di non tornare. “Ma c’è chi ha detto perché è tornato – spiega Avveduto -: ‘perché voi e la vostra amicizia è ciò che di più bello mi è capitato nella vita’. Oggi la Terra santa è ferita ma ci sono piccole luci che brillano”.

L’assessore Acerbi: “Un momento importante per la città. Ne avevamo bisogno”

In chiusura il saluto dell’assessore Camillo Acerbi, impegnato prima in un altro impegno istituzionale: “Questo è stato un momento importante per la città, ce n’era bisogno. Quelle divisioni di cui parlate, hanno creato spaccature anche tra noi. Abbiamo bisogno di una prospettiva diversa per la pace”. Quella che, tra mille difficoltà e collegamenti interrotti, è emersa ieri sera in piazza della Libertà.