Lettere
Al Palio di Siena, visto da dentro. Affidarsi e fidarsi
Chi sta dentro le mura vive un'appartenenza che è un po' come quella del Battesimo. Da fuori risulta non facile da comprendere, ma ha molto da insegnare
La Chiocciola non vince dal 1999. Sembra subire torti, ma i contradaioli non ne fanno un dramma: “Capita”
A Siena, al Palio dell’Assunta
Caro direttore, martedì sera il Palio dell’Assunta l’ha vinto un’altra contrada. La Chiocciola no, di nuovo. Non vince dal 1999: ventisette anni. Fino a martedì la “nonna” — il soprannome che a Siena si dà alla contrada che aspetta la vittoria da più tempo di tutte — era il Nicchio. Ma il Nicchio ha vinto, e il titolo è passato proprio alla Chiocciola. È un titolo che altrove sarebbe un’onta da nascondere. Alla cena della vigilia, prima ancora che si sapesse come sarebbe andata, erano seduti in 1900. Dopo la sconfitta, tutti sono rientrati mestamente in contrada.
Ero ospite a quella cena
Io ero lì, ospite a quella cena. I canti c’erano, come vuole la tradizione, ma non erano vibranti: si sentiva già, in quelle voci, una compostezza che sapeva di attesa più che di certezza. Il cavallo sorteggiato non era un “bombolone”, un favorito — e a Siena lo si sa prima ancora che la corsa cominci. Da quella sera è partita una domanda che mi ha accompagnato per tutto il weekend: che cosa tiene insieme una comunità che sa già, in anticipo, che forse non vincerà — e che nonostante questo si presenta in millenovecento a tavola, e canta lo stesso?
Un’appartenenza che non si merita, si riceve
Si nasce in una contrada, si viene battezzati nella sua fontana, ci si sposa, si muore, e per tutto il tempo in mezzo si dà quello che si può dare — tempo, lavoro, una cena preparata, una bandiera portata. Nessuno chiede il tesserino delle vittorie. È un’appartenenza che assomiglia, più di quanto si pensi, a un’altra appartenenza che conosciamo bene: quella che si riceve nel battesimo, non quella che si conquista con un merito. Non si è contradaioli perché si vince. Si resta contradaioli anche perdendo, e si torna a cena l’anno dopo — 27 anni dopo, se serve. In un tempo in cui l’identità si costruisce e si certifica attraverso il risultato mostrabile — il curriculum, il traguardo, il podio — la Chiocciola offre un controcanto quieto: un’appartenenza che precede il merito e gli sopravvive. “Capita”, detto senza rassegnazione.
E c’è anche un “peccato”
Durante la carriera la Chiocciola ha subito due decisioni che a me, da fuori, sono parse ingiuste. La terza mossa, annullata, era secondo me la migliore delle quattro: la Chiocciola era partita bene, forse troppo bene. L’ho detto al mio interlocutore, e lui mi ha risposto con una parola sola: “peccato”. Poi è arrivata la quarta mossa, quella decisiva, giudicata da molti non regolare. Ho insistito, con la sicurezza un po’ presuntuosa di chi guarda per la prima volta. Stavolta la risposta è stata un’altra parola sola: “capita”.
L’esatto contrario della cultura di oggi
Non era indifferenza al giusto e allo sbagliato, e non era nemmeno vera accettazione della regola in sé. Era qualcosa che assomiglia più all’abbandono fiducioso che alla rassegnazione: il torto veniva accolto dentro una cornice più grande della singola mossa, del singolo giudice, del singolo Palio. È l’esatto contrario della cultura in cui viviamo fuori le mura, dove ogni torto cerca un colpevole e ogni colpevole un tribunale — reale o social che sia. A Siena il verdetto arriva, a volte fa male, e la comunità non lo impugna: lo assorbe e va avanti — una cornice che, in fondo, ha sempre un nome e un volto, quello della Madonna a cui tutto viene affidato prima e dopo. Non lasciare che un torto definisca il senso di un’intera appartenenza durata una vita è, se ci si pensa, un piccolo esercizio quotidiano di quella stessa fiducia che chiediamo a Dio quando le cose non vanno come vorremmo.
Il cavallo custodito, il fantino forestiero
C’è un’altra cosa che rovescia le aspettative di chi guarda da fuori. Ci si aspetterebbe che l’eroe della giornata sia il fantino, colui che guida il cavallo, che rischia la caduta, che decide la tattica in corsa. E invece no: il fantino è un mercenario, uno che cambia contrada di anno in anno, guardato sempre con una riserva di fondo. Il cavallo, invece, appena assegnato diventa “della contrada”: benedetto in chiesa prima della gara, accudito, quasi custodito come un membro della famiglia.
Alla cena avevo provato a convincere il mio protettore — colui che mi aveva invitato — che il binomio con Scompiglio, il fantino, potesse essere quello giusto: cinque Palii già vinti in carriera, in cerca di rivincita dopo non essere stato chiamato alla monta nel Palio di luglio, quello dedicato alla Madonna di Provenzano (entrambi i Palii, quello di luglio e quello di agosto, sono intitolati alla Madonna). Un fantino con quel palmarès e quella fame, pensavo, avrebbe potuto dire la sua. Il mio interlocutore ascoltava, ma non era convinto — e infatti aveva ragione lui, non io: si fida di chi appartiene per nascita, si tiene a distanza chi appartiene per contratto, per quanto vincente possa essere.
Sotto lo sguardo della Madonna
Alla fine, quello che lega ogni cosa — la nascita nella contrada, l’estrazione del cavallo, il torto accolto senza ribellarsi, la diffidenza verso chi è di passaggio — è uno sguardo che sta sopra ogni singolo evento: la devozione mariana che scandisce ogni passaggio del Palio, dalla benedizione del cavallo alla preghiera dopo la corsa, vinta o persa che sia. Non è il caso cieco a decidere, per chi vive la contrada da dentro: è un affidamento che accompagna la sorte, e le dà un senso anche quando il senso, a chi guarda da fuori, sembrerebbe mancare.
Fuori dalle mura si reggerebbe alla prova?
Ventisette anni senza vincere, canti composti più che esultanti, un cavallo che non era favorito, due mosse contestate accolte con “peccato” e “capita” — e la nonna torna comunque in contrada in millenovecento, affidando anche questa sconfitta a Colei a cui ha affidato tutto il resto. Fuori dalle mura, verrebbe da chiedersi quanti dei nostri legami, e quanta della nostra fede, reggerebbero la stessa prova.
Andrea Rava – Faenza