Guerra. Helia, giovane iraniana in Italia: “Ho ancora qualche speranza, ora è il tempo dell’osservazione”.

“Mia mamma? Siamo d’accordo che mi scrive ogni mattina per dirmi che è viva e sta bene”

Helia Shariati

La 33enne fa parte della stragrande maggioranza degli iraniani all’estero che appoggia l’intervento americano, confidando in un rovesciamento del regime

“Non possiamo sapere come evolverà la situazione”

“Io ho qualche speranza ancora, ma non possiamo sapere come evolverà la situazione”. Al quattordicesimo giorno di guerra Helia Shariati, 33 anni, iraniana che vive in Italia (a Bologna) da dove lotta per la libertà dell’Iran, commenta in questo modo l’evoluzione della guerra in Iran.

Sentita dal nostro giornale all’indomani della strage (vedi articolo richiamato sotto) che in gennaio aveva visto soccombere sotto la violenza del regime 30 mila persone (stima in difetto) tra cui moltissimi giovani, Helia sperava in un supporto esterno per la caduta del regime. Non necessariamente dagli Stati Uniti ma da qualunque altro Paese fosse capace di un intervento.

Helia Shariati, dall’Iran alla Romagna. “Lotto per il mio Paese” – Corriere Cesenate

“Mia mamma? Siamo d’accordo che mi scrive ogni mattina per dirmi che è viva e sta bene”

Le sue speranze si sono in parte avverate con lo scoppio della guerra, il 28 febbraio, auspicata certamente dagli iraniani all’estero e anche dalla maggior parte del popolo iraniano che però sta subendo il conflitto sul proprio territorio. Al momento le telefonate e gli sms sono gli unici modi per avere contatti fuori dall’Iran ma si devono comparare dei pacchetti per chiamate internazionali a costi elevatissimi. Alcune persone -principalmente giovani – riescono a connettersi tramite qualche configurazione di vpn, ma la maggioranza è senza internet da due settimane”.

La famiglia e gli amici?. “Mia mamma la sento tramite sms. Abbiamo l’accordo che mi scrive un sms ogni mattina per dirmi che è viva e sta bene. Amici alcuni li ho sentiti. Hanno emozioni miste, ovviamente provano paura a volte, ma dicono che la loro speranza per liberarsi è molto più forte della paura. La morte di Ali Khameini è stata una cosa grande, ribadisce la donna. “Le persone come me non hanno mai visto l’Iran senza di lui”.

Una guerra inevitabile

Eppure il regime non è caduto e ha anzi affidato la guida del Paese alla nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, figlio di Ali. “L’ultima volta avevo detto che stavamo sperando un intervento da parte degli Stati Uniti o altri, e finalmente è successo. Vedevamo questo intervento come l’unica soluzione. La causa dello scoppio della guerra il 28 febbraio non sono gli eventi di due mesi fa ma gli accadimenti degli ultimi anni. Secondo me questa guerra era inevitabile – sottolinea Helia -. Non è una guerra per liberare gli iraniani, ma per liberare il mondo, o almeno quella parte del mondo che non va d’accordo il regime. In particolare Israele, per cui il regime è sempre stata una minaccia”.

Di fatto, riflette la ragazza, le proteste di gennaio hanno legittimato questa guerra, piuttosto importante e che interessa una zona molto critica.

Il popolo iraniano è diviso

Il popolo come la sta vivendo? “Tra gli iraniani c’è un conflitto. Ci sono quelli contro il regime e quelli contro la guerra. Io non sono pro guerra, ma continuo a vederla come l’unica soluzione per liberarci dal regime. Non penso che le nostre manifestazioni di gennaio siano state la causa – aggiunge decisa -.  C’è un interesse comune, il popolo iraniano aspira alla libertà ma fatico a credere che gli Stati Uniti e Israele abbiano scatenato tutto questo per liberare un popolo”.

Cosa che comunque non è avvenuta, la nuova guida suprema rappresenta il regime. “Per quanto sia stato indebolito, il regime è rimasto al potere e tantissimi comandanti e ufficiali che lo sostengono sono vivi. Questo nei giorni scorsi ha creato tanta preoccupazione negli iraniani e anche in me. Ci sembra di leggervi una strategia per la quale agli Stati Uniti vada bene un Iran molto debole, senza potere né militare né nucleare, per poter costringere il regime ad un accordo. Trump preferirebbe scegliere il futuro leader da dentro il Paese, come è avvenuti in Venezuela. Ma noi non abbiamo un’opposizione, chiunque salisse sarebbe legato a questo regime. Dal mio punto di vista – continua la giovane – Trump non è consapevole delle differenze e della situazione reale dell’Iran. Noi siamo governati da religiosi fanatici, ciò cambia molto rispetto a un regime dittatoriale comunista”.

“Vorremmo avere un’elezione libera e vera”

Nessuno, riflette la donna, ha dato a Trump la responsabilità o l’autorizzazione a decidere per l’Iran. “Io auspico un governo o un insieme di forze che prenda in mano la situazione temporaneamente, anche per un anno e, in questa fase, la formazione di un gruppo capace di creare le condizioni per un referendum che chiami il popolo a scegliere la struttura politica di un Iran libero. Non vorrei che fosse Trump a decidere il prossimo leader supremo. Vorremmo avere un’elezione libera e vera”.

State lavorando per questo? “In questa fare sono delusa dagli iraniani, c’è troppa emozione. Siamo divisi. Ci sono i monarchisti, una parte di loro si stanno comportando in modo molto dittatoriale catalogando coloro che non dicono “viva lo scia” come sostenitori del regime. Dall’altro lato, quelli di sinistra (anche se questa è una dicitura generica e poco significativa) che non vedono oltre l’odio per gli Stati Uniti e Israele, e quindi finiscono a fianco del regime”.

“Ora serve un momento di osservazione”

Cosa servirebbe ora secondo lei? “Ora serve un momento di osservazione, per capire cosa succede anche nell’ottica di un domani, e vedere se riusciamo a riprendere in mano il nostro Paese”.

Io personalmente, aggiunge, ho dato il mio completo supporto a Reza Pahlavi, l’unica figura che potrebbe rivestire il ruolo di leader temporaneo. Ma non trovo speech o tweet da parte sua ce mostrino un qualche piano in questa direzione”.

Cosa succederà secondo lei nei prossimi giorni? Penso che arriveranno attacchi molto pesanti, nell’ottica di indebolire il regime eliminandone le forze, quantomeno le forze di oppressione. Se queste si senetono in pericolo, come è già successo in tantissime guerre, non scendono in strada. Ci sarà un ultimatum da parte di Israele e Usa. Se queste forze smettessero di dare supporto al regime e la popolazione potesse scendere in strada senza rischiare la strage, allora ci saranno speranze per salvarsi. L’altra volta le proteste del popolo sono naufragate in una strage di sangue e morti, e non c’è stato nessun piano dopo quei fatti. Ora se davvero gli Usa e Israele stanno preparando le strade, noi dovremo essere preparati”.