Dall'Italia
Il cardinale Pizzaballa al Meeting: “La pace non è uno slogan”
La speranza? Nasce solo "dall'incontrare l'altro". E dal restare umani. E poi l'appello: "I gemellaggi sono importanti, ma tornate a Gerusalemme"
Il patriarca di Gerusalemme ha chiuso ieri sera l’edizione del Meeting di Rimini di quest’anno rispondendo alle domande sulla guerra di alcuni ragazzi.
I dialogo con i giovani
La speranza per la Terra Santa non è una soluzione “che al momento non si vede”, né l’attesa di qualcosa che deve venire. È una presenza, “la coscienza di non essere soli: abbandonati, è figlia della fede”. E si incarna “nelle persone, che si mettono in gioco per fare qualcosa insieme”. Non ci gira intorno il cardinale Piebattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, intervenuto ieri all’incontro conclusivo del Meeting di Rimini dove ha risposto alle domande di alcuni ragazzi sulla guerra, introdotte dalla giornalista di Tv2000, Alessandra Buzzetti: una soluzione per la pace all’orizzonte non si vede, ma non bisogna smettere di guardare, in basso, i piccoli segni di dialogo.
A Gaza, 600 ragazzi in piedi contro ogni violenza
Lo racconta con un aneddoto: “L’ultima volta che sono stato a Gaza, hanno insistito perché io andassi in un’università pubblica: ho incontrato più di 600 ragazzi, che mi hanno sommerso di domande, nessuna sulla guerra. Quando io ho detto che “per noi cristiani è costitutivo il rifiuto di ogni forma di violenza”, si sono tutti alzati in piedi per dire: ‘anche per noi è così, siamo stanchi di violenze’. C’è tanto dolore e morte ma c’è anche tanta vita a Gaza. Finché ci sono persone che sono impegnate in questo, c’è speranza”. L’altra fonte della speranza per Pizzaballa è la preghiera “che non cambia la geopolitica ma il mio sguardo su di essa: dice che non sono io a condurre la storia”.
Come il Battista a Erode, i leader religiosi devono dire: “Non ti è concesso”
Occorre però evitare di ridurre la pace a slogan. “Equilibri, interessi, risorse: la politica è anche questo ma non può essere solo questo – aggiunge -. Il problema è che la narrativa emergente è quella della forza: si è perso il senso del bene comune e sembra che a guidare le istituzioni sia solo quello che è buono per il proprio Paese. È compito di noi pastori ricordare che il ruolo della politica è diverso. Dire, come Giovanni Battista a Erode, ‘non ti è permesso’. Dobbiamo assumerci questa responsabilità”.
“Restare umani”
A Kirill, ucraino, che gli chiede come possono sperare i suoi coetanei coinvolti in una guerra che non hanno scelto, il patriarca di Gerusalemme fatica a rispondere: “La guerra non solo distrugge – dice -, ma ruba gli anni più belli ai giovani, quando non toglie loro la vita. È vero per l’Ucraina e anche per il Medio Oriente. La guerra deumanizza e non te ne rendi conto. Parlavo con vescovo di Kharkiv di questo e abbiamo concordato su un aspetto: io ho fedeli che stanno da parti opposte della barricata. Non ho soluzioni, ma spero che queste dinamiche non diventino parte della persona: occorre esser capaci di restare liberi, umani”.
Incontrare l’altro, unica via di uscita
“In terra santa ciascuno si sente vittima e la sola vittima – prosegue Pizzaballa –. Per questo l’altro è de-umanizzato. È un circolo vizioso. La prima violenza nasce dal cuore e dalle parole. Lo stiamo vivendo dentro la carne delle nostre comunità. L’unico modo per non caderci è incontrare”. Un tratto costitutivo del Meeting, ancor più essenziale in scenari di guerra: “Noi tendiamo a categorizzare. Sentirsi l’unica vittima e identificarsi come tali è il problema principale in Terra santa oggi. Abbiamo bisogno di testimoni, dentro le nostre comunità. I confini ci sono ma non devono essere invalicabili. Creare brecce, è necessario e l’unico modo è incontrarsi”.
Purificare la memoria
In Terra Santa sembra fantascienza, ma per Pizzaballa è un processo, possibile, che ha a che fare con la purificazione della memoria: “Non significa dimenticare il passato, ma non permettergli di condizionare il futuro e di giustificare le scelte di violenze oggi. Riconoscere la narrativa storica dell’altro è riconoscere l’altro. La memoria è decisiva. Se i tuoi ti raccontano la storia del tuo popolo, magari con il dolore per quel che è successo, ma senza il rancore, quella è una memoria redenta, e permette di non trasmettere odio alle generazioni successive”.
Non lasciare soli, nemmeno i cardinali
Il dolore cambia, aggiunge il cardinale, rispondendo a una domanda personale: “Siamo stati tutti presi dal dolore – dice al popolo del Meeting -, quello che vedi e quello che ti entra dentro, le relazioni spezzate per quello che hai detto, per le persone che non ci sono più, per il tuo senso di impotenza. Capisci che non puoi arrivare dappertutto. Tutto questo ti entra dentro e non sempre riesci a star dentro queste situazioni. Lì la preghiera è importante: è l’unico luogo nel quale tu puoi consegnare quell’impotenza. Sulla croce l’uomo fallisce ma è proprio da lì che nasce la nostra salvezza. E poi quando non ce la fai più, sai che hai un luogo dove tornare. Si può sempre ricominciare. L’importante è non essere lasciato solo. Più di tante parole conta esserci, non essere lasciati soli. Per tutti, anche per i cardinali”.
Dialogo tra credenti, nelle comunità
Una strada può essere quella del dialogo interreligioso, domanda un altro ragazzo? “Ebbene, io non sopporto questa espressione. Le religioni sono un astratto e non parlano. I credenti parlano e debbono parlare, loro e le loro comunità, perché dopo il 7 ottobre e dopo la guerra di Gaza non si può fare come se nulla fosse accaduto. Ci sono state ferite e incomprensioni con le quali dobbiamo fare i conti. Abbiamo ancora un dialogo interreligioso di elite nel quale parlano fra loro i preti i rabbini e gli imam. Occorre invece creare occasioni di dialogo a livello di territorio, dove le comunità si incontrano perché è lì che nasce il nuovo e il diverso di cui la Terra Santa ha bisogno”. Per questo dialogo, secondo il patriarca, occorrono testimoni “con una identità lieta, forte e bella, capaci di superare i confini, di incontrare gli altri”.
“È ora di tornare”
Infine l’ennesimo appello a tornare in Terra Santa: “I gemellaggi? Sono piccole luci che aiutano a non restare chiusi nel vittimismo, finestre che non cambiano la geopolitica ma la vita delle persone. Sarebbe però importante incominciare a tornare in Terra Santa ed esserci”.