Romagna
Il fotogiornalista iraniano Manoocher Deghati a Ravenna: “Il regime non sopravviverà. È questione di tempo”
Nei principali teatri di guerra del Medio Oriente e del Sud America tra gli anni '80 e '90 oggi sarà ospite del Festival delle Culture in un incontro moderato da Giampiero Corelli
Il reporter, vincitore del World Press Photo, ha documentato la rivoluzione iraniana e le guerre in Medio Oriente. Sarà protagonista di un incontro del festival delle Culture oggi al Mar alle 17,30.
Racconti di un fotoreporter domani al Mar
Ha fotografato la rivoluzione iraniana del ’78, la guerra in Afghanistan e quella in Iraq. Ha vinto due volte il World press photo. Documentato il colpo di Stato in Nicaragua, non luoghi come il carcere iraniano di Evin, le primavere arabe. E oggi sarà a Ravenna, al Mar alle 17,30, per un incontro dal titolo “Eyewitness. Ho visto. Mezzo secolo di storia attraverso l’obiettivo” che fa parte del calendario degli appuntamenti del Festival delle Culture.
Scene di guerra e bellezza dentro l’obiettivo
È un pezzo di storia del fotogiornalismo Manoocher Deghati, iraniano, scappato dal regime degli Ayatollah nell’86. Uno di quelli che ha visto ed inquadrato le peggiori scene di guerra degli ultimi 50 anni, rischiato la vita per due pallottole di cecchini israeliani, fotografato tutto il Medio Oriente. Ma oggi riesce a sorprendersi per la bellezza struggente dell’Italia e del nostro territorio. Domani visiterà i monumenti Unesco della nostra città, oggi è stato accolto nell’azienda agricola Travasoni di Sant’Alberto dopo un giro nel Parco del Delta del Po, accompagnato dal nostro fotoreporter Giampiero Corelli che modererà l’incontro di domani. “Ho smesso di lavorare nel 2014. All’epoca ero il responsabile dei servizi per Associated press di tutto il Medio Oriente, dall’Afghanistan alla Libia. Non ho dormito per quattro anni. Poi mi sono trasferito in Puglia dove io e mia moglie Ursula abbiamo un trullo. E da allora stiamo scoprendo questo Paese magnifico. L’Italia ha ricchezze immense, soprattutto nelle persone che la abitano”.
Fotografia, “un linguaggio universale”
Non passa il tempo ad ascoltare i racconti dei suoi reportage, quando per spedire una foto, nel Sud America degli anni ’80, servivano 18 ore, un fax poco portatile e l’unica linea intercontinentale del Paese. Quando le camere d’albergo si trasformavano in camere oscure e imparavi a riconoscere la presenza dei servizi segreti nelle tue telefonate attraverso un’interferenza caratteristica. “Ho sempre creduto nella fotografia – spiega – perché è un linguaggio universale. Tutti lo capiscono, e sta diventando sempre più importante. Quando scatti, viene fuori un documento che tutto il mondo può vedere”. Ha in mente le foto che gli hanno fatto vincere il World press photo: quella di un gruppo di prigioniere politiche nel carcere di Evin. In fila, con il velo nero, destinate dopo pochi giorni all’esecuzione. O un gruppo di mullah iraniani, in una luce surreale, che al confine con l’Iraq discutono di guerra con un pozzo petrolifere all’orizzonte.
Iran, è questione di tempo
Oggi per il suo Paese ha delle speranze, anzitutto quella di tornare. “Questo regime non sopravviverà – dice -. È questione di tempo”. Il 90 per cento della popolazione desidera un cambio, racconta, ma non sono le proteste che rovesceranno gli Ayatollah. “La guerra sta indebolendo il regime, già oggi arrivano milizie da altri Paesi per gestire la repressione. È questione di tempo. Tutti coloro che sento in questo periodo nel mio Paese mi dicono: ‘Preferisco morire sotto una bomba americana piuttosto che per le torture dei pasdaran’”. Speriamo arrivi l’ultima alternativa: vivere, oltre il regime.