Cesena
La leggerezza, una forma di precisione. Intervista a Viola Ardone, tra i protagonisti de “La bellezza delle parole”
La scrittrice sarà ospite domani, sabato 10 ottobre, al cinema Eliseo di Cesena. Dal suo libro "Tanta ancor Vita" il titolo del suo ultimo romanzo
È ‘leggerezza’ il vocabolo scelto per il dialogo che la scrittrice e insegnante Viola Ardone intratterrà con la giornalista Laura Pezzino nell’incontro di domani, sabato 10 ottobre alle 18 al Cinema Eliseo (viale Carducci 7, Cesena) nell’ambito del festival ‘La bellezza delle parole’.
Un romanzo con la guerra sullo sfondo
Il tema da cui prende avvio la trama del suo ultimo romanzo, ‘Tanta ancor Vita’ (Einaudi,) è tutt’altro che lieve: è un’opera incentrata sulle vicende di tre voci solitarie legate al dolore a all’accoglienza, con la guerra sullo sfondo.
Ne abbiamo parlato con l’autrice del best seller ‘Il treno dei bambini’, tradotto in tutto il mondo, da cui è stato tratto l’omonimo film di Cristina Comencini.
Viola Ardone, che cos’è per lei la ‘leggerezza’?
“La leggerezza, per me, non è il contrario della profondità. È piuttosto un modo di attraversare ciò che pesa senza farsene schiacciare. Penso alla leggerezza di cui parlava Calvino: non evasione dalla realtà, ma capacità di spostare lo sguardo, di trovare una distanza che permetta di vedere meglio. Anche nella scrittura cerco questo: raccontare temi dolorosi senza sovraccaricarli, senza suggerire al lettore che cosa debba provare. La leggerezza, quando riesce, è una forma di precisione”.
Questa volta, per il suo ultimo romanzo, ha scelto di raccontare un dramma di grande attualità: la guerra in Ucraina. Cosa l’ha spinta a questa scelta?
“Non avevo intenzione di scrivere un romanzo sulla guerra in Ucraina. Mi interessava piuttosto osservare che cosa accade quando la Storia entra improvvisamente nella vita privata e ne cambia le coordinate. La guerra è anche questo: persone che fino al giorno prima avevano una casa, un lavoro, delle abitudini e che all’improvviso devono decidere che cosa portare con sé, dove andare, da chi separarsi. Mi interessavano soprattutto le conseguenze lontane dal fronte: lo sradicamento, l’attesa, la distanza, il modo in cui le vite degli altri entrano nelle nostre. La letteratura, credo, può stare in quello spazio: non spiegare la guerra, ma mostrare ciò che la guerra fa alle persone”.
Tra i protagonisti c’è un bambino, Kostya, e il pensiero va subito all’indimenticato Amerigo de ‘Il treno dei bambini’. C’è qualcosa che accomuna i bambini raccontati nei suoi libri?
“Non penso ai bambini come a creature necessariamente innocenti o depositarie di una verità che gli adulti hanno perduto. Mi interessano perché occupano una posizione particolare nel mondo: dipendono dalle decisioni degli adulti ma, nello stesso tempo, le osservano con una lucidità spesso spietata. Amerigo e Kostya sono molto diversi, per epoca, carattere, lingua, esperienza. Ciò che forse li accomuna è il fatto di essere costretti a comprendere molto presto realtà che non hanno scelto. Nei miei romanzi i bambini non sono soltanto vittime degli eventi: guardano, giudicano, interpretano e qualche volta fraintendono. Ed è proprio dentro quello scarto che nasce il racconto”.
Le sue attività di insegnante e scrittrice quanto sono intrecciate e quanto sono fonte di ispirazione per l’una e per l’altra?
“Sono intrecciate soprattutto perché entrambe hanno a che fare con le parole e con lo sguardo degli altri. In classe si impara molto presto che ciò che per noi è evidente non lo è necessariamente per chi abbiamo davanti. Bisogna trovare ogni volta un’altra strada, un’altra formulazione, qualche volta anche accettare che quella strada non funzioni. È un esercizio molto utile anche per chi scrive. I miei studenti però non sono un repertorio di personaggi e non penso alla scuola come a un serbatoio narrativo. Mi interessa molto di più quello che l’insegnamento modifica nel mio modo di osservare: mi impedisce, per esempio, di dimenticare quanto siano mobili l’identità, il linguaggio, il rapporto con il mondo durante l’adolescenza. E mi ricorda continuamente che una pagina, come una lezione, esiste davvero soltanto quando incontra qualcuno”.
Dal suo punto di vista di insegnante, qual è la cosa che secondo lei oggi manca di più alla scuola italiana e quella che invece la salva e le dà speranza nonostante le tante difficoltà?
“Alla scuola italiana manca soprattutto continuità. Ogni Governo sente il bisogno di intervenire sulla scuola, spesso aggiungendo norme, sigle, procedure, progetti, senza affrontare fino in fondo questioni molto concrete: gli edifici, il numero degli studenti per classe, la stabilità degli insegnanti, il tempo da dedicare allo studio e alle relazioni. Abbiamo finito per chiedere alla scuola di risolvere quasi ogni problema sociale, mentre contemporaneamente le sottraiamo tempo ed energie attraverso una quantità crescente di adempimenti. Quello che continua a salvarla, invece, è ciò che accade ogni mattina nelle aule. Non in senso edificante: la scuola è piena di contraddizioni, conflitti, errori. Ma resta uno dei pochi luoghi nei quali persone provenienti da famiglie, quartieri, culture e condizioni economiche molto diverse sono costrette a stare insieme per molte ore e per molti anni. È un’esperienza democratica elementare e tutt’altro che scontata. Finché la scuola continuerà a essere questo luogo di mescolanza, di attrito e di confronto, continuerà ad avere una funzione che nessuna piattaforma e nessuna riforma possono sostituire”.