Domenica 7 giugno – Corpus Domini – Anno A

IL CORPO E IL SANGUE CHE DONANO VITA ETERNA

Dt 8,2-3.14-16; Salmo 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58

In questo brano del capitolo del “pane del cielo” del vangelo di Giovanni, l’evangelista ci mette davanti allo scandalo degli ascoltatori: il discorso di Gesù è duro, esigente, e diventa via via sempre meno comprensibile. È impossibile e allo stesso tempo inaccettabile anche solo da ascoltare che Gesù dia da mangiare il suo corpo e il suo sangue: sia per la logica di puro-impuro che governa la religiosità ebraica, sia per un richiamo al cannibalismo di culture o popoli “primitivi” queste parole sono un pugno nello stomaco .

Gesù non sta parlando né del sangue-sede della vita, la cui disponibilità deve essere lasciata a Colui che dona vita e che ha donato la Legge affinché la vita venga difesa e protetta, e neppure a un improbabile cannibalismo: il discorso sembra incentrarsi più sulla comunione con Lui, su una comunione di vita che diventi reale, non solo intellettuale o emotiva, ma che coinvolga la persona nella sua interezza.

Una comunione effettiva, tanto che la vita fragile dell’uomo, come ci viene testimoniato dal ricordo dei padri che mangiarono la manna per poter sopravvivere e così attraversare il deserto, divenga una vita capace di durare per sempre, perché sostenuta da Colui che è la vita e dona la sua vita perché chi lo riceva possa viverla per sempre, in pienezza.

Il discorso di Gesù prosegue e diventa più esigente non tanto per l’intelligenza, quanto per la vita vissuta. La comunione di vita è un’immagine della comunione trinitaria che lega il Figlio con il Padre: a questo tende il mangiare il corpo e bere il sangue di Gesù, ovvero a essere inseriti pienamente nell’eterno scambio d’amore tra Padre e Figlio.

In questo “rimanere” che descrive la relazione trinitaria c’è la promessa di una vita che non è solamente di infinita durata, eterna, ma di una vita che diventa altra, una vita da figli che si scoprono amati dello stesso amore con il quale il Padre di tutti ama il suo Figlio diletto, l’amato: l’Amato che – non geloso della sua condizione – condivide coi discepoli di ogni tempo e luogo la partecipazione a questo amore, affinché anche qui la vita venga trasformata, in attesa di una pienezza ulteriore. Questo, o Pane della vita, continuiamo a chiederti: che mangiando Te possiamo vivere per te, e non per i nostri piccoli orizzonti e desideri.