La pace fragile
Tempo di sminare. È il titolo che campeggia in prima pagina su Avvenire di martedì scorso, 16 giugno. È legato alla speranza che gli accordi di pace tra Stati Uniti e Iran imbocchino sul serio la strada giusta (cfr pag. 13). La firma è prevista per venerdì prossimo, 19 giugno. Tutti ci sentiamo sospesi, appesi alle decisioni dei leader in conflitto. «Rimane un’area di imprevedibilità – scrive il quotidiano di ispirazione cattolica nell’editoriale firmato da Maurizio Delli Santi – cui da tempo ci sta abituando Trump». È proprio così.
Davanti abbiamo una data molto ravvicinata, ad appena tre giorni di distanza, ma tutti siamo consapevoli che il risultato non è per nulla scontato.
Non ne possiamo più di guerre, di bombe, di droni, di missili intelligenti, di morti, di stragi, di combattimenti e pure di un linguaggio bellicoso cui non eravamo abituati. I toni tra capi di Stato e di governo si sono alzati così tanto da risultare addirittura sguaiati. Messaggi inopportuni in bocca a chi ha in mano le massime responsabilità nel pianeta. Tutto quello che non ci aspetteremmo da leader che possono determinare i destini di milioni di persone.
Mentre si cerca di fare di tutto per avviare vie di pace, in molte zone si continua a sparare, a morire, a distruggere, a ferire, a colpire. Ogni giorno si hanno notizie di nuovi bombardamenti che allungano la lista infinita di chi subisce lutti e mutilazioni.
Siamo stanchi della guerra in Ucraina che si trascina da troppo tempo. Siamo stanchi degli attacchi di Israele sul Libano dopo la distruttiva guerra nella Striscia di Gaza non ancora risolta. Siamo stanchi delle minacce in ogni direzione del presidente Usa Donald Trump che non fa nulla per smorzare i toni, nonostante le vaghe promesse sullo stretto di Hormuz che, a suo avviso, dovrebbe tornare percorribile come prima dell’attacco all’Iran. Siamo stanchi di tutta questa retorica di cui sono intrisi i social, tanta stampa di parte, discorsi che pensavano abbandonati per sempre.
La retorica del noi e voi, buoni e cattivi, bianchi o neri sta dilagando proprio mentre Leone XIV, nel suo viaggio in Spagna, ha ricordato a tutti che «non possiamo abituarci a contare i morti» e che «ogni vita umana è una benedizione di Dio», senza alcuna distinzione. Non c’è giudeo o greco, né schiavo o libero, direbbe san Paolo. Siamo tutti figli dello stesso Padre, ma lo stiamo dimenticando.
