Diritto alla cura

La morte non è mai una risposta. Non può essere una cura, e nemmeno una strada di libertà. Nel dibattito seguito all’approvazione, il 23 luglio scorso, della legge regionale sul suicidio medicalmente assistito, si è sentito molto parlare di libertà, cavallo di battaglia di chi ha sostenuto un “diritto a morire” che non c’è nella nostra giurisdizione.

Nemmeno le due sentenze della Corte Costituzionale che hanno sancito la non punibilità di chi ha accompagnato alcuni malati in Svizzera hanno mai parlato di questo. E non lo fa neanche la legge regionale, sulle “modalità organizzative” per l’attuazione di quelle sentenze.

Ma quelle modalità organizzative, di fatto, introducono la possibilità, nella nostra regione, di chiedere e ottenere il suicidio assistito.

Può essere una scelta libera? Bastano le informazioni che la legge prevede siano date al paziente, ad esempio sulle cure palliative, per prendere una decisione sulla propria vita? Se il dolore fosse alleviato, la scelta sarebbe diversa? 

Su queste pagine abbiamo scritto moltissimo di cure palliative, di come l’accompagnamento di tutta la famiglia, la gestione dei sintomi, la cura della persona al di là della malattia, riducano fino quasi ad annullare la richiesta di suicidio assistito. Marco Maltoni, direttore della Rete di Cure palliative romagnole, stima che circa la metà delle persone che ne avrebbero bisogno hanno accesso alle palliative.

Pare evidente, come scrivono i vescovi dell’Emilia-Romagna nella nota che pubblichiamo a pagina 13 , che il vero diritto non è al suicidio ma a «essere curati», a un accompagnamento sanitario umano che, anche in questa eccellente regione, a volte è difficile ricevere.

La questione non è allora «lasciare decidere a ognuno ciò che vuole», ma mettere nelle condizioni tutti di vivere, in qualsiasi stato si trovino, perché la vita non è mai un fatto privato.

Non è una questione cattolica né di fede. Ci teniamo a ribadirlo, ancora una volta. Si tratta di una faccenda delicata che attiene alla sfera dell’umano, degli affetti, delle relazioni. Ne va del rispetto della persona umana, nel momento in cui risulta più debole, più indifesa e vulnerabile.

Non è neppure un tema che riguarda la presunta richiesta di pietà o la soluzione di situazioni considerate insostenibili. Si tratta di difendere la vita, un bene inalienabile e indisponibile. Smarrire questo orizzonte sarebbe come perdere parte di noi stessi.