Intelligenza artificiale e Chiesa. “La comunità che accompagna, un sacerdote che ascolta e un cuore che ama non saranno sostituiti da una macchina”

Don Enzo Gabrieli ai sacerdoti diocesani, questa mattina in Seminario: "Ia: non un rifiuto, ma un disarmo. Ci sono sfide che il Papa rilancia. E propone un itinerario per entrare dentro a questo nuovo ‘continente’"

Auditorium Seminario di Cesena, mercoledì 16 settembre: don Enzo Gabrieli, sacerdote di Cosenza-Bisignano, ha condotto ha proposto al clero diocesano la riflessione sull'enciclica "Magnifica Humanitas" di papa Leone XIV. Nella foto, insieme al vicario generale monsignor Pier Giulio Diaco e al vescovo di Cesena-Sarsina, l'arcivescovo Antonio Giuseppe Caiazzo

Presentata ai sacerdoti – preti e diaconi – l’enciclica “Magnifica humanitas” di papa Leone XIV. Il primo giorno della formazione permanente.

Don Gabrieli, dalla Calabria a Cesena. Amico della Diocesi

Un grande dono, una profezia e una visione. La riflessione sulla enciclica che papa Prevost ha dedicato alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale è stata proposta questa mattina in Seminario a Cesena da don Enzo Gabrieli, sacerdote della Diocesi di Cosenza-Bisignano, parroco e giornalista, vicario per la cultura, la catechesi e la comunicazione. E amico della Diocesi di Cesena-Sarsina. “Siamo calabresi e ci lega una fraterna amicizia – ha sottolineato il vescovo Antonio Giuseppe Caiazzo – . Don Enzo è qui insieme a tre confratelli calabresi. Il suo lavoro è stato a tutto tondo non solo nella sua Diocesi di origine, ma in tutta la Calabria e in collaborazione con la Cei”. Don Gabrieli si occupa di Cause dei santi, collabora con “Avvenire”, “Osservatore Romano” e con l’agenzia di stampa Sir. “Sono legato a Cesena perché il mio essere giornalista si è consolidato con una visita qui – ha precisato don Gabrieli – A Cosenza non era presente il settimanale diocesano. Mi consigliarono di visitare la redazione di un giornale della Federazione dei settimanali cattolici. ‘Ma non al nord: vai in una Diocesi media, che ti aiuti e ti incoraggi’, mi dissero. Fu così che venni al Corriere Cesenate, la cui redazione era allora ospitata in questo edificio. Da lì ha avuto inizio il settimanale ‘Parola di vita’: una piccola azienda che oggi conta 7 persone assunte. È stata una grande impresa sostenuta dal clero. E in Calabria altri giornali sono nati per gemmazione. Grazie anche alla Diocesi di Cesena-Sarsina e al Corriere Cesenate, nella persona del direttore Francesco Zanotti”.

“Il Papa indica la meraviglia davanti al grande sviluppo tecnologico. Che entra nelle comunità e famiglie”

Con l’enciclica “Magnifica humanitas” e in continuità con Leone XIII, “Prevost guarda il mondo contemporaneo e indica la meraviglia davanti al grande e veloce sviluppo tecnologico – il sacerdote ha dato avvio alla riflessione – È un tempo in cui le cose cambiano velocemente: di comunicare, di lavorare. Di cercare risposte. Questo sta entrando nelle comunità, nelle famiglie, nei giovani. E anche nelle nostre parrocchie. Ce ne accorgiamo dai manifesti: tutti facciamo le locandine delle feste utilizzando l’intelligenza artificiale. E le locandine sono tutte molto simili. Forse qualcuno l’ha incontrato in maniera più approfondita. Si guarda con prudenza e curiosità. Altri si chiedono: cosa c’entra questo con la vita della Chiesa? Condividiamo qui questa domanda”.

“Non una questione tecnica, ma umana”

In particolare oggi “vorrei parlare di noi, di ciò che sta accadendo all’uomo. Davanti a questo cambiamento, la Chiesa si deve difendere, osservare da lontano o comprendere? Il Papa ci consegna una prospettiva: non è una questione tecnica, ma umana, antropologica, sociale e spirituale”.

“Con il progresso che avanza, non facciamo gli indiani”

Don Gabrieli prosegue la riflessione prendendo in prestito dalla filmografia alcuni fotogrammi. Il film muto del 1924“Il cavallo d’acciaio” diretto da John Ford racconta l’avanzare della ferrovia attraverso il grande West. Il nuovo ‘cavallo di acciaio’ avanza imponente, gli indiani lo inseguono e scaricano frecce, ma ci sono soldati armati. C’è chi vede arrivare una forza nuova e cerca di resistervi con quanto riesce; dall’altra c’è chi impone il nuovo ordine. “Quando arriva una nuova sfida, cosa facciamo? – sollecita don Gabrieli -. È un nuovo continente da abitare. Lo rifiutiamo o ci adattiamo? L’invito è di non fare gli indiani. La scena parla al nostro rapporto con l’intelligenza artificiale: non possiamo fermare l’innovazione con paura o rifiuto. Il progresso avanza e continuerà”.

Chi guida quella locomotiva, con quali regole, a servizio di chi? “L’enciclica di dà una lettura: il Papa non invita a rifiutare e a rifugiare nel mondo precedente, ma chiede di disarmare l’Ia – prosegue il sacerdote cosentino -. Sul rapporto tra progresso e potere: la tecnologia con le armi può trasformarsi da strumento di sviluppo, a strumento di conquista. Disarmare non è distruggere, ma sottrarla al dominio e al monopolio”.

Come entrare in questo ambiente digitale?

Più recente il film che ispira il proseguimento della riflessione. Tra le prime scene della pellicola “Missio” (1986) dove il gesuita padre Gabriel risale le cascate dalle quali sono stati buttati i suoi confratelli. “Rappresenta visivamente la durezza e il sacrificio delle missioni, che chiede un’ascesa faticosa e rispettosa delle persone. Questi strumenti sono ambienti dove l’uomo vive, dove i ragazzi vivono tanto tempo. Si parla di tempo digitale. Cosa vogliamo fare? Vogliamo risalire la faticosa cascata, o restare sotto? E come vogliamo risalire? Padre Gabriel parte dalla musica: inizia con un flauto, si siede, trema, e suona. Arriva il primo indigeno e spezza il flauto. Qualcun altro lo farà ricostruire. E noi, come vogliamo entrare in questo ambiente digitale?”, continua la provocazione.

Ia, cosa sta facendo alla famiglia, alla comunità, alla responsabilità… Non è neutrale, assume il volto di chi la finanzia

Che cosa fare? Dove sta andando l’IA? È una tecnologia potente, “ma potrebbe non sapere dove andare. Non può decidere dove andare”. Don Gabrieli ritorna all’enciclica “che parla di disgregazione e fragilità: temi che sono intrecciati con l’IA. La domanda ecclesiale deve essere più profonda della domanda tecnologica: cosa l’IA sta facendo alla famiglia, alla comunità, alla responsabilità… È uno strumento cambia il mondo in cui educhiamo e comunichiamo. Non è un male in sé, e neppure la panacea. E non è neutrale: offre possibilità di costruzione e distruzione, e assume il volto di chi la finanzia e la regola. Non basta imparare ChatGpt o Gemini o altri strumenti di IA utilizza per costruire immagini e testi. Occorre discernere il modo in cui IA entra nella Chiesa”.

Abitare l’intelligenza artificiale affinché serva l’uomo

Una nuova domanda: “quale comunità vogliamo costruire? Non vogliamo fare gli indiani davanti al treno, ma nemmeno salirci senza chiederci dove vogliamo andare – prosegue don Gabrieli -. Il sacerdote deve aiutare distinguere potenza da efficienza, connessione da relazione affinché il digitale che non diventi una nuova Babele, dove il volto vero dell’uomo scompare. Se la persona resta al centro, allora rovesciamo la domanda: come possiamo abitare l’intelligenza artificiale affinché serva l’uomo? Per custodire il creato, le potenzialità ci sono: grazie alle analisi e alla ricerca scientifica, enormi dati sono già stati assunti. Il controllo può essere positivo, ma anche pericoloso.

“Nuove tecnologie, nuove relazioni” era il titolo della Giornata delle comunicazioni sociali del 2009, promossa da papa Benedetto. “Oggi papa Leone parla delle relazioni come prima risposta all’uso dell’Ia. Per noi significa guardare aspetti della nostra pastorale: una Ia può aiutare a sintetizzare, preparare materiali, ma non può sostituire il volto di un sacerdote che ascolta la persona. Questo vale per tutti: ‘Il calabrese vuole essere parlato, fa parte della sua cultura’, dicono da noi. Vale per i calabresi, ma anche per gli emiliani romagnoli” (“Romagnoli”, sottolinea il vescovo Caiazzo).

Intelligenza artificiale e omelie: “Perfetta dal punto di vista linguistico, ma non c’è l’esperienza umana. E non vale”

La riflessione prosegue con l’invito a fare un ‘esperimento’: “Prendete le letture della domenica e proponetele all’Ia (Gemini o ChatGpt): vi verrà proposta una omelia meravigliosa, valida per Milano, Roma e Cosenza. Ma non c’è la tua e la mia mediazione. Sarà perfetta dal punto di vista linguistico, senza ripetizioni, ma non c’è l’uomo. L’omelia o è la tua esperienza, o non vale. E sta accadendo, per preti giovani o meno giovani. La comunità che accompagna, un cuore che ama, non possono essere sostituiti da una macchina. Può aiutare il ministero, ma non può diventare il ministero. Anche quando le macchine eccedono, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato”.

Il limite, ‘luogo’ in cui l’uomo matura e apre alle relazioni. La finitura apre al bisogno di Dio e alla relazione con l’altro

Ogni tecnologia “pone davanti un limite. Non tutto ciò che è possibile, è realizzabile. Siamo esseri finiti: siamo corpo, storia, fragilità, memoria, relazione. Si pensa che la fragilità sia un tecnicismo da eliminare: più si perfeziona e meglio è – prosegue don Enzo -. Papa Leone XIV ci dice la grandezza del limite, dove il limite è un ‘luogo’ in cui l’uomo matura e si apre alle relazioni. La finitura apre al bisogno di Dio, alla relazione con l’altro. La macchina può essere progettata per non invecchiare e non stancarsi, ma l’uomo non è progettato per questa perfezione. L’uomo non è chiamato a diventare macchina”.

Don Gabrieli cita poi un ‘non sospetto’, il premio Nobel per la fisica Giorgio Parise: “Lui che si dice non credente, nel suo libro ‘Le simmetrie nascoste’ analizza il fenomeno IA mettendo a confronto aspetti positivi e negativi. Tiene insieme potenzialità e criticità. E se ne conclude che ‘Il semplice aumento delle capacità non costituisce automaticamente un progresso umano. Scienza e tecnologica devono rimanere orientati a servizio dell’umanità”.

“Essere fragili è avere bisogno dell’altro e curare. Apre a nuove relazioni”

Nell’enciclica il Papa mette a fuoco anche il tema della fragilità. “Non è un difetto da cancellare. Essere fragili è essere generati: essere curati, avere bisogno dell’altro e curare. È un ‘luogo’ dove maturano relazioni”, sottolinea don Enzo -. “Discernere significa fermarsi, ascoltare, mettere in dialogo competenze diverse. Chiedere cosa succede ai più fragili. Chi guadagna e chi resta fuori: questa nuova tecnologia amplificherà nuove povertà. Creerà nuovi scarti e nuovi schiavi. A chi risponde l’intelligenza artificiale?”, e riporta ad esempio i giornali e i relativi editori: “i nostri settimanali diocesani dichiarano apertamente l’editore che è la Diocesi locale; per quanto riguarda i grandi giornali nazionali, la cosa è più nebulosa”. E richiama la proposta di papa Prevost: “Lasciamo camminare l’IA e creiamo delle cose riservate alla comunità umana, in cui l’Ia non deve entrare. Mettiamo dei limiti. Monsignor Paglia in un articolo del 5 settembre accoglie questa proposta interessante, e spinge la domanda più avanti: orientare l’innovazione a partire dalla centralità della persona. Qui il sacerdote svolge un servizio antico e sempre nuovo: il discepolo trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Questo ha chiesto papa Leone ai vescovi”.

Come Chiesa, creare occasioni di incontro

La Chiesa “non è fuori dal mondo. Dia speranza agli scenari di oggi. ‘Con questa Enciclica, scrive il Papa, ritengo di aver dato ai sacerdoti una visione e un metodo per affrontare la sfida della custodia dell’umano. Vi incoraggio a percorrere percorsi per chi si vuole impegnare a servizio della civiltà dell’amore’. E con questo incontro siamo in questa direzione: come Chiesa, vogliamo creare occasioni”, prosegue don Enzo.

L’enciclica, “una visione e un metodo per affrontare la sfida della custodia dell’uomo”

Il sacerdote, quale immagine delinare? “La Chiesa non evangelizza territori astratti, ma persone concrete, culture concrete. Il sacerdote entra nelle piazze, scuole, ospedali, fabbriche, nel mondo della comunicazione e in quello culturale – si avvia alla conclusione don Gabriele -. Oggi è necessario entrare nel mondo digitale: non significa aprire un profilo, ma entrare nell’umano. Se i giovani imparano a vivere dentro ad ambienti costruiti da algoritmi, il ruolo del sacerdote è di essere sentinella. Chiesa presente, con il suo stile: ascolto, verità, discernimento, misericordia. È la grammatica cristiana dell’incontro, per custodire la relazione. La Chiesa non esiste per sé, ma per portare al mondo il Vangelo, in un dialogo a servizio del bene di tutti”.

Fragilità, carità e fraternità. Per essere non indiani, ma coraggiosi come i missionari

Don Gabrieli cita l’espressione “uscire con il giornale e la Bibbia sotto il braccio” del teologo svizzero Karl Barth (1886–1968)i: “Cambia lo strumento. Ora non serve più nemmeno il pc, ma il Vangelo resta. Mi devo chiedere: questa tecnologica mi rende più libero o dipendente? Rafforza la comunità o produce isolamento? Aiuta la verità o moltiplica la confusione? Ci sono sfide che il Papa rilancia a noi credenti, e ci propone un itinerario cristiano per entrare dentro a questo nuovo ‘continente’. E lo fa riprendendo il concetto di incarnazione: il Signore ha scelto l’umanità, che è fragile. A noi il compito di valorizzare la fragilità e l’imperfezione come carta per costruire relazioni, riscoprendo la Messa come esperienza di comunità, e la preghiera personale per ricostruire la relazione con Dio e con i fratelli. Carità, fraternità e capacità di incarnarsi: è il percorso che ci offre il Papa. Un movimento che deve entrare nella nostra carne: la strada giusta che ci fa essere non indiani, ma un poco coraggiosi. Così come il gesuita nel film ‘Missio’: tuffiamoci nella nuova missione”.

Da sinistra: don Enzo Gabrieli, il vescovo di Cesena-Sarsina Antonio Giuseppe Caiazzo e il vicario generale don Pier Giulio Diaco