I costi della tecnologia comprendono i neuroni

(immagine generata da Gemini)

«E se il rischio dell’Intelligenza Artificiale fosse la mediocrità?».

La domanda, che offriva il titolo a un recente articolo di Barbara Stefanelli, sembra quasi un paradosso. L’IA dovrebbe portarci verso il futuro, aiutarci a essere più efficienti, più creativi, più intelligenti. E invece potrebbe accompagnarci, senza che ce ne accorgiamo, verso un mondo dove tutto diventa un po’ più uguale, più prevedibile, più… mediocre.

Il problema sta proprio nel modo in cui funzionano questi strumenti. Le IA generative sono addestrate su enormi quantità di testi e informazioni e, quando producono una risposta, tendono a individuare le parole e le formulazioni più probabili. In altre parole, cercano spesso la parola “media”, quella che compare più frequentemente, quella che “funziona” meglio per la maggior parte delle persone.

È una qualità straordinaria se vogliamo una risposta chiara e comprensibile. Ma può diventare un limite se cerchiamo qualcosa di originale.

L’articolo citato fa riferimento ad alcune ricerche condotte a Boston, basate sul confronto fra testi prodotti da tre gruppi di studenti: i primi senza aiuti tecnologici, gli altri con accesso a Google e a ChatGPT. Inutile dire che i giovani dell’ultimo gruppo mostravano minore connettività cerebrale.

I ricercatori concludevano evidenziando il “costo cognitivo” dell’IA. Detto in maniera meno scientifica: se chiediamo alla macchina di pensare al posto nostro, rischiamo di disimparare a pensare da soli.

La mediocrità non coincide con l’errore. È qualcosa di più sottile: è la progressiva perdita della propria voce. Un contenuto corretto, elegante e ben fatto può essere anche completamente privo di originalità. E una società nella quale tutti ricevono risposte sempre più simili rischia di perdere proprio ciò che l’ha fatta progredire: le idee strane, le intuizioni inattese, le domande scomode.

C’è però una buona notizia. Noi possiamo usare l’IA non chiedendo solo «qual è la risposta?», ma anche «quali sono le alternative? », «cosa manca?», «dimmi qualcosa che non sia ovvio», «prova a contraddirmi».

Insomma, non dobbiamo educarci a pensare come l’IA. Semmai, dobbiamo “educare” l’IA – e soprattutto noi stessi – a non accontentarci della risposta più facile. Perché la mediocrità è comoda, rassicurante e molto efficiente. L’originalità, invece, costa fatica.

E forse è proprio questa la sfida più umana che ci consegna l’intelligenza artificiale: continuare ad avere il coraggio di essere, qualche volta, decisamente fuori dalla media.