La scuola che rende liberi
All’inizio dell’anno scolastico, Sergio Mattarella ha ricordato che «la cultura rende liberi»; il cardinale Matteo Zuppi ha ribadito che la scuola deve essere inclusiva; Bruno Di Palma, direttore dell’Ufficio scolastico regionale per l’Emilia-Romagna, ha richiamato il valore dell’ascolto e dell’errore.
I tre interventi convergono su un punto: la scuola non è soltanto il luogo in cui si acquisiscono conoscenze, ma uno spazio decisivo per la costruzione della persona. La cultura rende liberi perché amplia il mondo interiore e offre parole per esprimere ciò che proviamo.
Riconoscere e dare un nome alle proprie emozioni aiuta i ragazzi a comprenderle e a esprimerle senza esserne sopraffatti. Apprendere significa anche tollerare di non sapere, confrontarsi con i propri limiti e accettare di sbagliare. A scuola si dovrebbe poter sbagliare senza sentirsi sbagliati. L’errore, se accolto e pensato, diventa parte dell’apprendimento. Occorre però un adulto capace di correggere senza umiliare e di vedere, dietro una prestazione insufficiente, una persona ancora in formazione.
In una società che misura il valore attraverso il successo, l’apparenza e i “like”, la scuola può offrire uno spazio in cui nessuno sia ridotto al voto, alla popolarità o alla provenienza. Includere non significa negare le differenze, ma impedire che diventino un destino.
Neppure l’intelligenza artificiale può sostituire l’insegnante. Una macchina fornisce informazioni, ma non comprende ciò che si cela dietro un silenzio o una domanda esitante.
La scuola rende liberi quando insegna a pensare; è inclusiva quando offre a ciascuno un posto nel mondo comune; educa davvero quando aiuta ogni ragazzo a scoprire che il proprio valore non coincide con i risultati, ma con la persona che è e che sta diventando.
