Viaggio in Sierra Leone: un Paese ferito, ma vivo

Una chiamata che giorno dopo giorno va custodita. La presenza di un'associazione di Cesena

Alcuni scatti del viaggio in Sierra Leone
Alcuni scatti del viaggio in Sierra Leone

Pubblichiamo la testimonianza di Antonio Crispino di Forlì dopo un viaggio in Sierra Leone con l’associazione Orizzonti di Cesena, compiuto nel gennaio scorso. Di seguito il suo testo che rimane molto fresco, nonostante alcuni mesi trascorsi.

Un viaggio con Orizzonti di Cesena. Freetown, una soglia

Alla fine di gennaio, abbiamo preso parte a un breve, ma intenso viaggio umanitario in Sierra Leone con l’associazione di Orizzonti di Cesena, partner della missione. Arrivare a Freetown significa attraversare una soglia. Non soltanto geografica, ma morale. La capitale della Sierra Leone si apre sull’Atlantico con una bellezza disarmante: una baia ampia, le colline verdi alle spalle, le spiagge che sembrano promesse. Eppure, appena ci si addentra nella città, la promessa si incrina. Le strade raccontano un’altra storia, fatta di cicatrici ancora aperte, di un’economia fragile, di una quotidianità che spesso oscilla tra resistenza e sopravvivenza.

Ci ha accolto Daniel. Casa S. Mery

Tra le tappe di quei giorni oltre a Freetown, la capitale, abbiamo raggiunto altre zone limitrofe come il villaggio di Kono Town e Makeni. Ad accoglierci in quei giorni è stato Daniel, sierraleonese che con la moglie Lucy da diversi anni vivono la loro vocazione matrimoniale con impegno nel sociale e nel mondo dell’impresa. Nel 2018 nasce Casa S. Mery che a seguito dell’epidemia di Ebola accoglie bambini orfani. Poi arriva la sfida imprenditoriale con alcuni amici italiani nel campo della ristorazione, nasce la gelateria – ristorante Gigibontà che offre un luogo non solo di lavoro ma anche educativo per più di 70 dipendenti. Gli stessi attraverso l’attività lavorativa acquisiscono dignità, responsabilità e sono un punto di riferimento per la comunità locale.

Una povertà strutturale

La Sierra Leone è un Paese giovane e stanco allo stesso tempo. Porta sulle spalle il peso di una guerra civile brutale (1991–2002) che ha lasciato ferite profonde nel tessuto sociale: violenze sistematiche, bambini-soldato, comunità spezzate. A questo si sono aggiunte l’epidemia di Ebola, che ha colpito duramente tra il 2014 e il 2016, l’epidemia del Covid del 2020 e una povertà strutturale che continua a comprimere le possibilità di milioni di persone. L’aspettativa di vita resta bassa (circa 60 anni), l’accesso all’istruzione e alla sanità è diseguale, il lavoro spesso informale. Tutto sembra concorrere a una sorta di schizofrenia quotidiana: la bellezza naturale contro il degrado urbano, la vitalità umana contro la violenza della realtà cruda, la speranza contro la rassegnazione. Ma dentro questa contraddizione che accade qualcosa.

I bambini ai bordi delle strade: una naturalezza che inquieta

Nei giorni trascorsi a Freetown il tempo ha assunto una densità particolare, quella che appartiene ai luoghi dove ogni gesto quotidiano è amplificato dalla necessità. Il viaggio è iniziato dalle periferie della capitale, là dove la città mostra senza filtri la propria anatomia più fragile. Le strade polverose sono attraversate da un flusso continuo e disordinato di persone, camion sovraccarichi, vecchie automobili che si muovono a destra e a sinistra secondo una logica più intuitiva che codificata. Il traffico non segue regole visibili, ma un equilibrio precario fatto di sguardi, clacson e improvvisazioni. Ai bordi delle strade, e spesso al centro, bambini piccolissimi vagavano da soli o in piccoli gruppi, con una naturalezza che inquieta. Camminavano scalzi, giocavano con oggetti improvvisati, osservavano i passanti con una maturità forzata. Intorno a loro, case informali e incomplete, costruite con materiali di fortuna ed ancora in attesa di essere portate a termine, raccontano un contesto di precarietà strutturale, di povertà assoluta che non è emergenza momentanea ma condizione stabile. In questi quartieri la vita si svolge interamente all’aperto: si cucina, si lavora, si discute, si cresce. Tutto è esposto, senza filtri.

A Makeni il ricordo del vescovo cesenate, padre Giorgio Biguzzi

Dopo l’impatto diretto con la quotidianità delle periferie di Freetown, il lavoro si è spostato verso Makeni, città nel nord del Paese e sede dell’Università cattolica, tra le più rilevanti della Sierra Leone, nata anche grazie all’impronta missionaria dell’allora vescovo di Makeni, il cesenate padre Giorgio Biguzzi. Qui gli incontri con l’Università locale hanno rappresentato un passaggio centrale della missione. Al centro del confronto, il rafforzamento degli accordi per il progetto di allevamenti ittici (nello specifico della Tilapia, specie di acqua dolce molto diffusa nell’acqua cultura per le sue caratteristiche di rapidità nella crescita e resistenza), sviluppato in collaborazione con l’Università di Bologna Alma Mater Studiorum. Un’iniziativa che mira a creare competenze locali, sicurezza alimentare e opportunità economiche sostenibili, evitando modelli calati dall’alto e puntando invece su formazione, ricerca applicata e autonomia delle comunità coinvolte.

Qui lo sviluppo è un processo lento

Le riunioni si sono svolte in un clima di attenzione e concretezza. Docenti, responsabili accademici e operatori locali hanno discusso non solo di obiettivi, ma di limiti, criticità e adattamenti necessari a un contesto complesso come quello sierraleonese. Lo sviluppo di fatto qui non è uno slogan ma è un processo lento che richiede ascolto, continuità e rispetto delle dinamiche locali. Nella stessa giornata un ulteriore incontro sorprendente. Alcuni membri del Nunzio Apostolico di Liberia, Gambia e Sierra Leone si ritrovavano nella città in quei giorni, ed erano così presenti anche i vescovi delle quattro diocesi del Sierra Leone. Non poteva esserci grazia maggiore di questa: poter raggiungerli ed affidare tutto ciò che stava accadendo in questo viaggio. Il tutto è avvenuto nella sede della curia vescovile di Makeni. Disarmante l’accoglienza e la gioia del vescovo Bob John Hassan Koroma per la nostra visita. Uno sguardo vero e lieto. Il momento di convivialità è stata grande occasione di affidare le opere e la missione a Cristo. Non una cerimonia formale, ma un tempo di condivisione concreta, fatta di dialoghi diretti, scambi brevi ma netti. Un momento che ha permesso di collocare quanto stava accadendo dentro un orizzonte più ampio, riconoscendo che ciò che si stava costruendo aveva un peso che andava oltre la singola iniziativa ed è per tale motivo completamente nelle mani di un Altro.

I cattolici sono il quattro per cento della popolazione

Non posso ora non soffermarmi e riflettere su quanto l’osservazione assetata di quei giorni mi stavano suggerendo. La chiesa in questa terra ha posto le sue radici in tempi non troppo recenti, quando circa intorno al 1860 l’Ordine missionario degli Spiritani raggiunse la verde terra sierraleonese. Ad oggi, in un contesto di esemplare convivenza religiosa tra musulmani e cristiani, il cattolicesimo ricopre circa il 4 per cento della popolazione (su un totale di circa 8 milioni di abitanti). Eppure, la presenza viva di Cristo in questa terra ha acceso una fiamma di speranza, una rivoluzione assoluta nel tempo fatta di accoglienza (case famiglia ed altre forme) ed istruzione, pilastri fondamentali ed humus fertile per ridonare dignità a questo popolo. E i suoi frutti continuano a germogliare e crescere contrapponendosi all’analfabetismo e al disagio socioeconomico tipici di chi dalle sovrastrutture vuole mantenere un clima di controllo sullo sviluppo della popolazione. Più tardi, anche i Saveriani hanno custodito questa terra con la loro missione evangelica. Esempio massimo sono infatti il già citato monsignor Giorgio Biguzzi, di cui le impronte hanno lasciato il segno non solo a Makeni ma anche in altri contesti estremamente incisivi come nei trattati di pace del luglio del 2003 che portarono la sanguinosa guerra civile alle ultime battute e di cui lo stesso fu tra i protagonisti.

I segni lasciati da padre Berton

Tra gli altri e non di meno importanza è padre Berton. La sua presenza instancabile negli anni della guerra civile e post ha dato vita alla Family Homes Movement (FHM, Sierra Leone, 1985), Movimento Casa-famiglia. Quest’ultima è stata luogo di conforto e dimora per molti di coloro (per la maggior parte bambini) che durante i tragici anni di conflitto avevano perso tutto, in primis la loro famiglia e ancor di più, nella maggioranza dei casi la propria umanità, costretti a essere carnefici in prima linea dei loro confratelli (riferito ai bambini-soldato). Bumbuna e altri villaggi hanno potuto incontrare la luce di Cristo grazie al servizio di questo umile servo del Signore attraverso scuole, case-famiglia, progetti educativi e di reintegro nella società.

La presenza di Daniel

Anche Daniel, ora caro amico di Orizzonti e da cui abbiamo ricevuto una bella ospitalità nei giorni del viaggio, ha vissuto la testimonianza di padre Berton che, negli anni della guerra, lo aiutò a raggiungere l’Italia (così come ci ha raccontato durante una bellissima serata assieme agli amici di Orizzonti) prima che facesse ritorno generando a sua volta frutti di speranza come la S. Mary’s Home (che accoglie numerosi bambini e ragazzi orfani e vulnerabili a seguito della epidemia di Ebola). Un ulteriore fronte di lavoro ha preso forma attraverso l’incontro con una grande impresa locale attiva nel settore avicolo. Il confronto ha aperto la strada all’avvio di un progetto per la realizzazione di un pollaio e la produzione di uova all’interno della comunità Saint Mary, a sostegno della casa-famiglia di Kono Town. Un progetto che appare semplice, ma di grande impatto: garantire una fonte stabile di nutrizione e, allo stesso tempo, creare una microeconomia capace di sostenere nel tempo una realtà che accoglie e protegge minori in condizioni di estrema vulnerabilità.

Una collaborazione virtuosa

In questo dialogo tra mondo imprenditoriale locale e realtà sociali è emersa una possibilità concreta di collaborazione virtuosa, capace di tenere insieme sostenibilità economica e responsabilità sociale. Accanto agli incontri istituzionali e ai progetti di sviluppo, c’è stato spazio per ciò che spesso resta ai margini dei report ufficiali, ma ne costituisce l’anima più autentica: il tempo condiviso. Le giornate trascorse in compagnia dei ragazzi della casa S. Mary sono state scandite dal gioco, dal confronto e dalla compagnia di Daniel, sua moglie Lucy e Adama che si prendono cura dei bambini e ragazzi presenti). Attività semplici, momenti di dialogo che superavano le barriere linguistiche. In quei momenti, la distanza tra chi arriva e chi vive ogni giorno queste realtà si accorciava, lasciando emergere una dimensione umana. Giocare, parlare, stare insieme non è stato un intermezzo, ma parte integrante del lavoro. Perché è lì, in quella convivialità non programmata né forzata, che le missioni trovano senso e radicamento.

Un Paese ferito, ma vivo

In mezzo alla complessità della Sierra Leone, tra polvere, incertezza e speranza, quei giorni hanno restituito l’immagine di un Paese ferito ma vivo, dove il cambiamento passa anche — e soprattutto
— da sguardi di bene ricevuti e ridonati. “Le case famiglia sono nate così, quasi spontaneamente, più come una risposta del cuore che un piano elaborato a tavolino” dice padre Berton in un dialogo tratto dal libro “Quattro giorni quarant’anni” di Davide Rondoni. Più volte guardando Daniel e Lucy sacrificarsi nelle giornate per i figli e le opere che custodiscono, fino ai dettagli più banali come la cura dei pasti mi domandavo cosa potesse rendere possibile tutto ciò rimanendo spiazzato. Eppure, un futuro certo in Italia può senza troppe domande radicarli lontani da casa, oppure un ritorno senza tanti “fastidi” una volta calmatesi le acque nel paese. E invece no. E allora, cosa rende possibile tutto questo? La stessa ragione pronunciata da padre Berton. Per un’esigenza del cuore, per una gratitudine da ridonare agli altri. Non per uno stimolo volontaristico personale, ma una chiamata che giorno dopo giorno va custodita e accettata.